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Maestro - Interviste e Articoli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

KARATE. Il campione italiano, dopo un problema al ginocchio, si dedica ora solo all’insegnamento

 

Un nazionale a Rifredi: Enrico Vivoli

il reporte febbraio 2010Le arti marziali gli hanno dato grandi soddisfazioni personali, ma soprattutto gli hanno permesso di apprendere una filosofia di vita, di trovare un equilibrio.
E di fare un viaggio che lo ha cambiato per sempre...

Cosa succede se tutto quello per cui hai studiato si scontra con la tua più grande
passione? Ascoltare il cervello o il cuore? A un certo punto della propria vita, Enrico Vivoli si è trovato a dover fare questa scelta, e l’ha fatta mosso da una convinzione: “Il
karate e le arti marziali sono più di uno sport, sono una vocazione”. Proprio in questi termini si esprime Vivoli, nazionale di karate, che dal 2004, in seguito a problemi al ginocchio sinistro, ha cessato la propria carriera da atleta per dedicarsi completamente all’insegnamento.
Come ha iniziato a praticare le arti marziali?
Per caso: avevo 15 anni e praticavo tennis. Poi, un giorno, mi è venuta la curiosità ed eccoci qua.
Cosa ricorda dei primi anni?
Nell’85 ho iniziato alla palestra Samurai in via Corelli col maestro Sauro Somigli. Lui mi ha trasmesso la passione per il karate, ma anche per il tai-chi. Dal ’96 ho iniziato a fare anche l’allenatore dei bambini al Dlf, e dall’anno successivo c’è stato il salto di qualità.
Salto di qualità?
Sì, ho iniziato a praticare questa disciplina a livello agonistico: questo mi ha permesso di diventare diverse volte campione regionale e, nel ’97, vicecampione italiano. In quello stesso anno sono stato convocato in Nazionale e ho fatto un viaggio che mi ha cambiato per sempre.
Di che viaggio si è trattato?
Con la Fondazione Apeiron siamo stati chiamati ad andare in Nepal per insegnare le arti marziali ai bambini di strada, un’esperienza che mi ha toccato profondamente.
E poi cos’è successo?
Sono tornato in Italia e, dal ’98, ho iniziato ad allenarmi con un campione come Giuseppe Sacchi, che mi ha aiutato a diventare campione italiano. Poi, da lì, il bivio.
Bivio?
Sì, perché proprio in quel periodo mi sono laureato e ho iniziato a fare il praticantato. Cominciai a rendermi conto che se avessi fatto l’avvocato avrei dovuto trascurare la mia vocazione: le arti marziali. Allo stesso tempo, però, non volevo sporcarle.
“Sporcarle” in che senso?
Per vivere di karate avrei dovuto aprire una palestra e quindi i miei allievi sarebbero diventati dei clienti. Di conseguenza l’obiettivo sarebbe diventato solo quello di fare in modo che continuassero ad iscriversi, e non di insegnare loro questa disciplina.
E come ha risolto?
Per fortuna nel 2000 ho vinto un concorso che mi ha permesso sia di mettere a frutto la mia laurea, che di avere un po’ di tempo libero.
Oggi dove insegna?
Dal 2000 insegno alla Meeting e sono felice, perché anche grazie ai miei collaboratori (Lorenzo Raguzzi, Antonello De Lorenzo e Gianni Spera) siamo riusciti a coinvolgere giovani di una fascia di età difficile come quella che va dai 15 ai 26 anni.
Cosa cerca di insegnare ai suoi allievi?
Che per poter squilibrare l’avversario prima di tutto devi essere in equilibrio, ma soprattutto che per combattere devi aprirti all’altro e conoscerlo. Penso che aprirsi e conoscere siano due principi fondamentali anche per la vita.

di Carlo Marrone, febbraio 2010

CONFRONTO VERBALE CON ARTISTA MARZIALE

Articolo pubblicato su Cure Naturali

 

Confronto verbale con artista marzialeTrovarsi di fronte a un avversario vuol dire anche fare i conti con la propria personalità, misurarsi, conoscersi. L'arte marziale mette chi la pratica sul lungo percorso della conoscenza di sé

In che senso combattere aiuta a conoscere se stessi? Lo chiediamo a Enrico Vivoli, Campione italiano FESIK, docente di difesa personale, maestro di tai chi chuan e autentico artista marziale.

- Combattere l’altro è conoscere se stessi?

Crescere significa anche mettersi in discussione. Gli dei, per definizione, nascono perfetti. Essere uomini implica confrontarsi. Sul tatami* si riproduce questo incontro di natura conoscitiva: durante il combattimento l’individuo impara a essere presente rispetto a se stesso e all’altro. Per trovare l’asincronismo che porta al colpo vincente si deve prima percepire il sincronismo; su un piano esistenziale, ciò vuol dire sviluppare il proprio modo di stare al mondo per poi poter “andare insieme” con altri individui diversi da te.

- Praticando uno sport diverso dalla disciplina marziale, che sia il nuoto o la corsa o altro, non si potrebbe ottenere il medesimo risultato?
Le arti marziali consentono di accogliere paure ataviche (dolore, morte), che ci appartengono da sempre. Gli sport inducono alla disciplina e in questo senso possono essere propedeutici. Ma nelle arti marziali si fa i conti con la possibilità di soccombere e quindi si rinuncia all’attaccamento cieco alla vita in favore di un senso pieno dell’esistenza. Questo è il significato di frasi come “prima occorre uccidere se stessi” che solo la pratica può riempire di senso.

- Come ti sei avvicinato alle arti marziali?
Avevo 16 anni, all’epoca prevaleva una certa tendenza a esaltare l’aggressività fisica. In gara tutto ciò si riproduceva sottoforma di una sorta di ansia da prestazione. Di per sé però la preparazione su un piano fisico non è totalmente negativa: t’insegna a sviluppare la reazione anche quando lo scontro può apparire impari e quindi consente di evolvere la propria intelligenza, cioè adattarsi, senza fuggire. 

- La paura davanti a una scelta importante è simile a quella del colpo che si muove veloce contro la tua direzione?
Alla parola “paura” preferisco il termine “emozione”.

- Allora, diciamo quel tipo di emozione che se non la gestisci ti blocca.
In gara è un limite che nasce non tanto dall’idea di prendere colpi, ma dal timore di non arrivare a darli e farsi governare dal panico di fallire. Da un’eventuale sconfitta, si devono trarre spunti per il miglioramento.

- Bruce Lee, atleta marziale, filosofo, poeta, uomo di grande energia cerebrale, afferma: Non temere l’uomo che ha praticato 10 mila calci una volta, ma temi l’uomo che ha praticato un calcio 10 mila volte.  Quale credi sia il senso profondo della frase?
La frase va oltre il concetto propedeutico, il fatto che nell’allenamento ci voglia costanza. La costanza è in quelle 10 mila volte. Ma c’è altro, ovvero quel calcio che è unico ogni volta che viene ripetuto. In altre parole, un calcio vissuto a pieno e in modo unico ogni volta, per 6000 volte.

- Nell’arco temporale 1997-2000 circa eri nel pieno della tua stagione agonistica e nel frattempo ti laureavi in giurisprudenza. A un certo punto hai dovuto scegliere tra l’attività forense e la carriera da atleta?
Ho studiato giurisprudenza con passione. C’è stato però un momento in cui la scelta era d’obbligo. Ero in Thailandia, praticavo tai chi chuan con un maestro tedesco e meditavo. Questo mi ha consentito di avere la mente pulita per poter scegliere. E ho scelto un lavoro che mi garantisse indipendenza economica, una vita dignitosa e la possibilità di dedicare tempo all’arte marziale, la mia passione, che dunque è anche la mia vita, in due parole, sono io. 

- Se non ti fossi procurato quello spazio meditativo, non avresti forse avuto il silenzio per ascoltare una risposta che avevi dentro te come spesso purtroppo accade?
La capacità di cambiare strategia quando ti rendi conto che ciò che stai facendo non è aderente al contesto, a te, questa abilità è importantissima. A volte si è ciechi, ci s’intestardisce, altre  volte s’intuisce che è il momento di cambiare, ma manca il coraggio di farlo. Invece c’è un momento preciso in cui il pugno va sferrato, la scelta va presa. Senza timore. 

- L’arte marziale è spesso accostata al mondo maschile. Eppure la tradizione delle arti marziali è ricca di storie incentrate su eroine leggendarie, sacerdotesse di straordinario afflato spirituale e capacità fisica. Secondo te a cosa si deve questo scarto avvenuto nella modernità?
Persone molto più preparate di me in ambito sociologico saprebbero rispondere a questa domanda. Io credo sia il risultato di un andamento sociale che obbedisce all’urgenza di fabbricare stereotipi e dunque incollare dei ruoli precisi sui diversi sessi imponendo strutturalmente certe emozioni.


PAROLE DI UN GIOVANE CAMPIONE DI KARATE
Intervista a Davide Canovai, vicitore di due medaglie d'oro ai Campionati Europei di Karate IKU svoltisi in Romania, Timisoara dal 19 al 22 Maggio 2016.
Articolo pubblicato su Cure Naturali

Davide Canovai ha 16 anni, compiuti lo scorso Ottobre, vive a Firenze nel quartiere di Rifredi, pratica karate dall'età di 5 anni e frequenta il Liceo classico Michelangelo con ottimi risultati.
Parlaci della tua ultima esperienza al campionato europeo.

Nella nostra associazione sportiva dilettantistica “Arti Marziali Firenze” siamo stati convocati in nazionale in due: io e Lorenzo Marchetti, attuale Campione Italiano di Karate per la sua categoria, che, in Romania, ha conquistato la medaglia di bronzo.

In loco sono stato scelto per far parte della squadra di combattimento che ha rappresentato la nostra nazione; ho partecipato così a due competizioni, individuale e a squadre, riuscendo a portale a successo entrambe.

Questo per me è significato, al contempo, aver coronato una lunga serie di impegni e sforzi, fin da quando ero bambino, e aver maturato la consapevolezza che molte altre sfide mi si presenteranno e dovranno essere affrontate a viso aperto.


Da anni ti dedichi costantemente alla pratica sportiva del karate, cosa ti affascina di questo sport?

Il karate, come pochi altri sport, si caratterizza per essere uno sport completo in quanto con esso si sviluppano tutte le capacità condizionali, con particolare rilievo alla capacità coordinativa. Il fatto che sia uno sport veramente completo ha importanti ricadute positive in termine di benessere fisico e psichico.

Come si svolgono le lezioni karate?

Le lezioni di karate si incentrano sullo studio del kata, che consiste in una sequenza di tecniche prestabilita, nel nostra stile, lo shotokan, ne esistono 26 e, tra l'altro, sono fondamentali per passare di grado. Poi, durante gli allenamenti, facciamo khion, che è l'esercizio delle singole tecniche, ed il kumite, che è il combattimento, vero e proprio.

Questa è la specializzazione che preferisco. Infatti, durante la pratica del combattimento si sviluppano e si esprimono, maggiormente, valori quali la lealtà, il coraggio e lo spirito di sacrificio. Tengo a precisare che, tra gli sport, le arti marziali si caratterizzano per esprimersi mediante la simulazione (nel senso che ci sono regole volte a tutelare la sicurezza dell'atleta) di un confronto fisico diretto, con scambi di percosse, atterramenti ecc.


Dalle tue parole le arti marziali sembrerebbero essere più che uno sport, puoi spiegare meglio?

Come dicevo, il combattimento richiede un duro confronto con un avversario, ma confrontarsi significa, non solo prevalere su l'altro, vuol dire anche relazionarsi e rapportarsi con l'avversario; per far questo è necessario conoscere chi ci sta davanti, ma, affinché ciò sia possibile, è indispensabile conoscere se stessi.

Combattere è un grandissimo lavoro di introspezione. Inoltre, fare kumite, nel karate, richiede, necessariamente, lo sviluppo di un forte autocontrollo e della capacità di vincere paure antiche, come quella di essere “picchiato”, questo nella vita si traduce nella capacità di gestire le proprie emozioni negative e nel coraggio di fare scelte che, inizialmente, possono sembrare troppo impegnative.


Sappiamo che sei un ottimo studente, come è possibile conciliare lo sport agonistico con lo studio?

Come ho già detto, se si sviluppa una giusta dose di coraggio è possibile intraprendere scelte che, apparentemente, sembrano molto difficili; ho deciso di affrontare le difficoltà derivanti dal conciliare l'impegno severo degli studi liceali e dello sport agonistico con entusiasmo, non dando ascolto alle paure che mi dicevano che non sarebbe stato possibile.


Dove pratichi? Ci puoi parlare del tuo gruppo sportivo?

Mi alleno con l'associazione dilettantistica “Arti Marziali Firenze”, nella palestra situata in via Fracastoro. L'impianto sportivo è da poco aperto, circa due anni, ed è dotato di tutti i comfort e attrezzature necessarie per svolgere questa attività.

Il mio maestro è Enrico Vivoli, il quale è coadiuvato da Gianni Spera. Grazie ai loro continui sforzi in questi anni si è formato un affiatato gruppo di atleti praticanti, tra i quali moti partecipano alle competizioni con successo.

M° Enrico Vivoli

 

Gestire le energie nel combattimento e nella vita

Articolo pubblicato su Cure Naturali

Ogni individuo per conseguire un obiettivo deve profondere risorse, energie proprie. Il successo sarà ottenuto se l’energia dell’individuo sarà sufficiente in termini assoluti e se questa verrà utilizzata al meglio, soprattutto, se per raggiungere il risultato sarà richiesto un grosso sforzo.

L’intera vita può essere vista in tale prospettiva, un intercedere continuo di mete da raggiungere che richiedono l’utilizzo delle proprie risorse.
Il singolo individuo, nel suo percorso evolutivo, dovrebbe tendere a variare obiettivi, magari individuandone di sempre più elevati ed impegnativi e, quindi, con una fase di gestione delle risorse che si farà sempre più complessa.
Nella vita, l’uomo, plausibilmente, si dovrà cimentare su plurimi campi di battaglia contemporaneamente – si pensi ad esempio: famiglia, lavoro, sport, studio, salute, ecc.
Per riuscire si potrà operare in due direzioni, accrescere la quantità di energia disponibile e imparare a gestire le risorse possedute.

La pratica delle arti marziali e la preparazione al combattimento potranno risultare di fondamentale importanza per lo sviluppo di tali capacità. Infatti, il combattimento si connota per una peculiarità: quella di un confronto “speculare” con un altro individuo; entrambi i combattenti si cimentano in una pratica che si estrinseca nel tentativo di consumare le energie dell’altro utilizzando la propria energia, oppure, per cambiare prospettiva, lo scopo della pratica può essere visto come il tentativo di preservare le proprie energie a scapito dell’altro.

In tale “gioco” la difficoltà consiste, in modo particolare, nel dosare al meglio la profusione di risorse. Basti pensare che se l’utilizzo di energia sarà eccessivo si assisterà ad una dispersione di risorse, con facile vittoria dell’avversario. Ma anche in caso di eccessivo risparmio di energie (o incapacità a sviluppare il proprio potenziale di risorse) si rischierà la sconfitta, infatti, l’avversario, di pari capacità, riuscirà a prevalere con l’utilizzo ottimale del proprio potenziale.

Tale meccanismo, che risulta nella pratica marziale palese e manifesto, si attuerà sia nel singolo confronto, sia nell’intero arco di una competizione strutturata in più confronti. Lo stesso accadrà nella vita di tutti i giorni, una corretta gestione del proprio potenziale consentirà di conseguire, al meglio, il singolo obiettivo così come di perseguirne più di uno sia contemporaneamente che in successione temporale.

In tal senso la pratica e l’allenamento al combattimento marziale, sia a livello induttivo, con anni di esperienza diretta tramite continui confronti con compagni di allenamento e con la partecipazione a competizioni, sia a livello deduttivo, mediante uno studio metodico ed articolato della strategia e della tattica di combattimento, col supporto di Maestri adeguatamente preparati, potrà aiutare ogni singolo essere umano al raggiungimento della propria evoluzione nella vita, potrà aiutare ognuno sulla strada del miglioramento continuo del sé, con ciò rendendoci più facile la strada verso il conseguimento del traguardo finale: la felicità.


M° Enrico Vivoli

La sacralità dell'infortunio nello sport e nelle arti marziali

Articolo pubblicato su Cure Naturali


L'approccio allo sport ed in particolare alle arti marziali oggi avviane al fine di conseguire, almeno per i più, un benessere fisico e psichico.
Questo è un assunto difficilmente contestabile.
Dovremmo porci una domanda scontata ed allo stesso tempo non fondamentale, quale è il concetto di benessere che vogliamo ricavare?
Cosa cerchiamo da queste attività? Benessere fisico, sicurezza, centratura emotiva?
Penso che, quanto meno nel caso delle arti marziali, e, comunque, in ogni sport, si ricerchi un benessere che vada oltre il piano fisico.
L'adepto marziale, lo sportivo appassionato, cerca la pace, intesa come equilibrio dello spirito, si parla quindi di spirito, e non di materia, per essere felici; la materia può essere comprata la spiritualità no.

ELEVARSI NELLO SPIRITO, cosa vuol dire?
Penso che la prima risposta, cui un modesto praticante, quale io sono, possa offrire, sia che è la rinuncia alla materialità.
Ora è noto ai conoscenti, anche solo per cultura, che il Do, inteso come via del Guerriero, a prescindere dall'arte, insegna a vivere la morte fisica come una possibilità accettabile, d'altronde è altresì noto che l'accettazione della morte è un momento fondamentale per qualsiasi guerriero; la rinuncia all'emotività, che potrebbe essere essa stessa il motivo principe della Ricerca.
Ma cosa vuol dire tutto questo oggi?
La domanda è fondamentale per tutti coloro che praticano o studiano sport ed arti marziali; la questione è questa: ogni santo giorno sacrifico il mio corpo e la mia essenza fisica, per cosa?
Risposta: tramite la Disciplina mi eleverò nello spirito rinunciando alla materia, sarò un Uomo migliore.
Lo Spirito, penso, sia in antitesi con la materia, quindi, chi si appresta a percorre la via del Do dovrebbe essere pronto alla rinuncia, per quanto possibile, alla materia.
Rinunciare alla materia cosa può voler dire per uno sportivo materialista? Rinunciare ad immobili, grandi averi o più modestamente a dei denari per sovvenzionarsi gli allenamenti? Questa soluzione è molto difficile ed allo stesso tempo facile nella società odierna, dove tutto ha un prezzo. Lo ha anche l'elevazione spirituale? Quanto siamo disposti a pagare per la cosa più sacra che appartiene a questo piano esistenziale? Quale è l'offerta più importante che potremmo immolare alla via della spiritualità?

La risposta è Donare il nostro vissuto terreno, di conseguenza, in rapporto minore, l'integrità fisica.
E' noto che ogni passo evolutivo, ogni conquista, vittoria debba, per essere riconosciuta tale, essere stata bagnata dal rituale sacrificale del protagonista di turno. Sacrificio, sacrificio, sacrificio, non una cosa da evitare, ma qualcosa da accettare a cuore aperto, perché è un grande momento di crescita, di rinascita. Un grande passo in più verso lo spirito puro.
Ci domanderemo quale sia il concreto significato di tutto ciò; la risposta è semplice ed allo stesso tempo dura: colui che affronta la via dello sport ed ancor più del Guerriero, deve essere pronto a cedere. Cosa? Deve rinunciare al proprio piano materiale, tendendo alla visione artistica dei Maestri di Arti (marziali), o ci siamo dimenticati che di Arte parliamo. Maestria significa non solo perfezione rispetto ai canoni noti, ma, sopratutto, capacità creativa, elevazione dagli standard.

L'infortunio. Cavolo non ci voleva! Penseremmo; ma, a pensarci bene, potremmo arrivare alla conclusione che è qualcosa di essenziale, una piccola rinuncia al se materiale (corpo) in cambio di una Elevazione spirituale, un vero Sacrificio, dove per esso non si intende un termine perverso, di dolore senza scopo.
Con questo Sacrificio intendiamo rendere importante, Unico per noi, un percorso, un cammino, un Do verso l'Elevazione dell'Anima che noi marzialisti, sportivi, o semplicemente uomini, altrimenti, non raggiungeremmo mai.

 

ARTE MARZIALE OGGI TRA SPORT E TRADIZIONE

Articolo pubblicato su Cure Naturali


Prendendo spunto da un quesito cui ho recentemente risposto, mi appresto a fare alcune riflessioni su tradizione e sport in seno alle arti marziali. In premessa gradirei, comunque, proporre la risposta al quesito menzionato: chi è adatto alla pratica dell’arte marziale.
R:- “Il quesito proposto sembrerebbe semplice e chiaro, ma in realtà non lo è. Infatti, più che porsi potenziali limiti per eventuali deficit fisici, dovremmo meglio analizzare cosa si intende per arte marziale e relativa pratica e consequenzialmente le finalità ricercate".
Dobbiamo per prima cosa definire “la pratica di arte marziale”, con essa intendiamo una pratica rigorosa, assidua e continua volta ad acquisire una seria attitudine marziale? O una pratica meno rigorosa che ispirandosi alle discipline marziali, adattandosi alle esigenze della grande platea odierna, sia finalizzata al miglioramento dello stato psico-fisico individuale?
Questa prima distinzione è importante, direi imprescindibile per una corretta risposta.
Partiamo dall’ultima ipotesi considerata, a parere dello scrivente, una pratica marziale “adattata” è praticabile da tutti, proporzionalmente all’indole di ognuno. Certo è che, essendo questa da considerare una sintesi, una sfumatura tra arte marziale pura e disciplina di benessere, avrà utilità per il praticante se l’esigenza dello stesso si colloca in tal senso.
Per spiegarsi meglio: sarà attinente se si cerca qualcosa che abbia benefici psico-fisici, unitamente ad una parte di aspetto marziale più apparente che reale, il quale potrà comunque essere una suggestione positiva per molti.
Certo tal tipo di praticante dovrà essere consapevole dei limiti di questo tipo di attività che sono: da una parte la consapevolezza di non aver appreso un reale contenuto marziale e dall’altra che esistono discipline volte al miglioramento del benessere psico-fisico più valevoli ed efficaci (yoga, pilates, ecc).
Se si cerca, invece, una pratica volta allo sviluppo di reali attitudini marziali, si dovrà essere consapevoli che questa porterà benefici che, tralasciando l’aspetto pragmatico di elevare la capacità di autodifesa, saranno prioritariamente spirituali. Questa esperienza sarà, infatti, connotata da un grosso sacrificio fisico, psichico e di tempo. Per raggiungere risultati in tal senso si dovrà offrire una totale dedizione, la quale richiederà molto tempo personale (con conseguenti rinunce), richiederà di accettare la possibilità di compromettere parzialmente la propria salute fisica, richiederà di mettere allo scoperto le proprie paure ed insicurezze. Questa rigorosa disciplina, che richiama le virtù dell’ascetismo, consentirà, a chi lo ricerca, una forte elevazione spirituale, la quale, tuttavia avrà un costo non irrisorio.
Tanto premesso credo che in questa seconda ipotesi, la pratica marziale non sia per tutti, ma non distinguendo sulla base di condizioni fisiche di partenza, piuttosto facendo una distinzione sulle base delle capacità volitive – risolutezza (forza decisionale), autocontrollo, coraggio, perseveranza, concentrazione, attenzione sostenuta e volontà – del singolo individuo.”
Viste le considerazioni di cui sopra, vorrei traslare il piano della riflessione sulla dicotomia odiernamente oggetto di molti dibattiti, ossia sulla distinzione tra arte marziale tradizionale e sport. E’, infatti, vero che oggi molti insegnanti lanciano proclami avvertendo come la loro sia la vera, unica, genuina, arte marziale in quanto direttamente ricollegabile alla relativa tradizione.
Ma proprio partendo dalla definizione di arte marziale cui mi riferivo nella risposta al quesito dovremmo chiederci a quale tradizione ci riferiamo quando parliamo di arti marziali?
La risposta non è così scontata, dobbiamo, infatti, essere consapevoli di come quella che per molti è la tradizione antica in realtà si tratta di un adattamento moderno di conoscenze marziali. Prendiamo ad esempio il karate, la tradizione che si riferisce a Funakoshi risale ai primi decenni del ‘900, l’onorato Maestro prosegui un lavoro di adattamento delle conoscenze marziali, potenzialmente letali, nipponiche, con il preciso scopo di creare una ginnastica marziale adatta ai più, da proporre nelle scuole come educazione fisica.
Tale lavoro comportò una standardizzazione tecnica, una semplificazione volta a facilitare l’esecuzione e ad eliminare le tecniche più pericolose, a ciò segui una cristallizzazione delle conoscenze.
L’arte marziale precedentemente era appannaggio di pochi, in quanto volta al reale confronto, spesso con esito fatale di uno dei contendenti, era una vita connotata da disciplina severissima (si pensi a Musashi). Le conoscenze erano in continuo divenire, non esisteva standardizzazione in quanto la tecnica si doveva modellare sul praticante-guerriero.
A quale delle due tradizioni dobbiamo allora riportarci quando ci riferiamo, per esempio al karate tradizionale?
Ad avviso dello scrivente se si intende l’arte marziale adattata, cui mi riferivo rispondendo al quesito, è sicuramente giusto riferirsi alla tradizione più recente, una tradizione connotata da un’opera esplicitamente volta alla creazione di una ginnastica da proporre alle masse.
Se intendiamo, invece, una pratica marziale più reale, direi che, paradossalmente, oggi ciò che si avvicina maggiormente alla tradizione è la pratica sportiva, la quale si caratterizza per il continuo confronto, che a livelli elevati richiede da parte del praticante grossi sacrifici e totale dedizione, tanto da ricordare la vita degli antichi guerrieri.
M° Enrico VIvoli

 

GOVINDA E SIDDHARTA: L'AMICO COME OCCASIONE DI CONFRONTO

Articolo pubblicato su Cure Naturali

Nel celebre libro di Hermann Hesse la descrizione di ogni dialogo tra Govinda e Siddharta è l'espletarsi dell'amicizia in senso puro, intendendo, per amicizia, quel luogo del cuore e del pensiero che accoglie un sentimento sempre aperto al confronto. L'amico, in sostanza, è qualcuno con cui si possono discutere molti temi: dal significato di una vita da vivere nella sua irripetibilità, a partire dal singolo istante, fino all'ostacolo che talvolta il linguaggio può rivelarsi rispetto alla purezza della sensazione. Inoltrandosi persino nella quarta dimensione, il tempo, fatto di istanti che sono parti essenziali del tutto
Di Enrico Vivoli , Docente Federale Regionale FIK CHIEDI INFORMAZIONI
Govinda e Siddharta: l'amico come occasione di confronto

Cercare, trovare, osservare con purezza

Nel libro di Hesse, Govinda, nonostante gli anni trascorsi nella ricerca, continua a manifestare la sua curiosità il suo bramoso e irrisolto desiderio di cercare. La lunga ricerca, cercare, a tutti i costi, distoglie dalla reale consapevolezza. In un frammento preciso del testo, il barcaiolo apre il discorso sottolineando quanto, se si vuole realmente trovare, sia importante la capacità di vedere. Di seguito, Siddartha precisa come cercare e trovare siano due cose diverse. Esalta poi l’importanza dello stato di osservazione pura, tipica dei bambini, intesa come la capacità di osservare e di vedere quello che ci circonda, non lasciarlo sfuggire dopo una rapida occhiata, di farlo proprio.

Irripetibilità dell'esistenza e visione consapevole

Il tema è molto complesso, richiama al significato di una vita unica, la capacità di vivere in un mondo che può sembrare uguale per tutti ma che, in realtà, l’uomo può acquisire come proprio; ognuno, infatti accede alla realtà tramite l’esperienza della propria vita e ha la capacità, anzi, il dovere, di percepire in profondità ciò che lo circonda.

La sfida è la capacità di comprendere a pieno -ognuno in relazione al proprio sé- ciò che fa parte del proprio cosmo. La pressione della società, dei sistemi globali ha, infatti, troppo spesso portato l’individuo alla rinuncia di un pensiero personale, a un osservazione unica, in relazione all’io unico e al momento, in cambio di un pacchetto preconfezionato di concetti definitori che rendono l’insieme degli individui facilmente controllabili e gestibili.

Continua Siddartha: la saggezza non è comunicabile a parole. La capacità di vedere, del reale vedere, fa sì che un uomo possa, nel suo intercedere quotidiano, imbattersi in ogni istante in incontri unici, scambi di rara intensità e profondità. L’osservazione, il reale vedere un fiore può permettere a ognuno di noi di cogliere quella unicità assoluta e irripetibile, data dalla bellezza di un’esistenza reale ed irripetibile. Quante volte nella vita di tutti i giorni, fatta di corse, di stress, doveri (reali?), passiamo di fronte a dei fiori? Quante volte abbiamo la possibilità di percepirne la vera, sostanziale ed unica esistenza? Quante volte abbiamo la possibilità di commuoverci per quella eccezionale e splendida rappresentazione di vita?

Spesso tiriamo avanti, accecati dalla nostra frenesia, dalla necessità di soddisfare un sistema padrone che abbisogna di ciechi e dediti adepti che seguano la dottrina preconfezionata, illusi di trovare un meschina sicurezza nel vivere il bieco conformismo. La capacità di vedere consapevolmente, se viene assunta costantemente, apre all’uomo nuove prospettive, conferisce a ciascuno la possibilità di essere arbitro della propria esistenza, di compiere i propri e originali passi, nella relativa esistenza di un singolo, che sarà unicamente e assolutamente originale, irripetibile.
Tutto ciò ci discosta dal dono divino della vita, ma se l’osservazione è individuale, originale, chi può insegnarla? Siddharta mette in guardia Govinda: tutto ciò non puo’ essere trasposto con mere parole, il rischio è di essere incompresi, di sembrare dei folli. O solo diversi e unici?

Linguaggio e purezza della visione

Il colloquio tra i due amici continua sullo stesso tema, visto dalla prospettiva della comunicazione e dei suoi limiti. Il linguaggio è il frutto di una convenzione definitoria, di una classificazione concettuale, caratterizzata da tutti i limiti che derivano dalla necessità di racchiudere sensazioni ed emozioni originali in categorie. E’ evidente il limite di tale processo ed il nocumento che ne deriva alla purezza della sensazione. Questo meccanismo troppo spesso, nell’uomo, trasla dalla comunicazione al pensiero, e, per il sistema dominante, è estremamente facile annullare i pensieri originali di ognuno, per sostituirli in qualcosa di simile, ma che ha il pregio (difetto?) di essere facilmente etichettato e, di conseguenza, controllato.

Relatività, relatività unica, tempo

Prosegue il discorso accentrandosi sul concetto di relatività. I fenomeni della vita non possono essere definiti solo bianchi o neri, buoni o cattivi, in essi coesistono molteplicità di aspetti. Si esprime il concetto di relativo-assoluto secondo il quale ogni fenomeno quotidiano è percepito da ognuno nella propria relativa assolutezza. Tutto ciò richiama alla filosofia taoista che propugna il concetto della accettazione della vita e dei suoi infinti aspetti per quello che sono; nell’accettazione della diversità e unicità, nella comprensione del momento unico e irripetibile.

Consequenzialmente Siddharta inquadra il tema della relatività unica, introducendo il concetto, già più recentemente espresso da Albert Einstein. Il pensiero della quadridimensionalità della nostra esistenza. E’ intuibile, infatti, che i fenomeni che guidano la nostra vita sono collocati e percepibili a pieno su quattro dimensioni. E’ altresì vero che all’uomo sfugge la capacità di vivere la quarta dimensione: il tempo. La nostra capacità in tal senso è paragonabile a quella di un ombra che provasse a percepire la terza dimensione. Nella percezione dell’unico istante per quello che è, simile ad infiniti altri, ma estremamente originale, Siddharta individua la collocazione dello stesso in una dimensione unica ed assoluta, che non possa, tenendo conto della sua storia e dei suoi riflessi antecedenti e posteriori sull’esistenza, essere pensato come finito, ma piuttosto che possa essere percepito come una parte essenziale del tutto, presente in eterno.

M° Enrico VIvoli

 

ARTE MARZIALE E CAPACITÀ DI AUTODIFESA OGGI

Articolo pubblicato su Cure Naturali

considerazioni sulla reale valenza marziale dei corsi di arti marziali finalizzati allo sviluppo dell'autodifesa
Di Enrico Vivoli , Docente Federale Regionale FIK CHIEDI INFORMAZIONI
Arte marziale e capacità di autodifesa oggi

Molto frequenti sono, oggi giorno, le offerte di corsi finalizzati allo sviluppo di una capacità di autodifesa, una domanda sorge spontanea: tali corsi riescono a realizzare tale finalità? Ed eventualmente in quale misura? Come valutare la funzionalità del corso proposto?

Lo sviluppo di un attitudine marziale reale, per mezzo di tecniche appositamente ideate, richiede sicuramente molto tempo ed impegno, ma quanto? La risposta, in primo luogo, è relativa ad una serie di parametri iniziali di riferimento quali le capacità individuali del praticante (età, capacita fisiche, psichiche, ecc) e la individuazione del livello considerato accettabile.

Questa prima considerazione evidenzia come, essendo le variabili individuali molteplici, un approccio corretto dovrebbe essere il più possibile soggettivo. In altre parole, il taglio tecnico-atletico-psicologico dovrebbe essere studiato in modo speciale per il singolo praticante. E' come per i vestiti, l'ideale è quello di disporre di un sarto che sappia cucire addosso ad ognuno il proprio vestito; deve essere il vestito ad adattarsi alla persona! Allo stesso modo l'approccio tecnico dovrà adattarsi al praticante, tenendo conto delle sue caratteristiche intrinseche.

Questa prima conclusione porta ad affermare che un buon insegnante dovrà, quindi, tener conto dei singoli, e, se ne è in grado, adattare la propria conoscenza per creare di volta in volta “il vestito giusto”. La proposizione di corsi ed insegnamenti stereotipati, ad avviso dello scrivente, porta a risultati modesti.

Altra conseguenza di quanto sopra detto è che saranno da prevedere momenti di lezione individuale, da alternare a lezioni di gruppo, dove lo studente marziale potrà testare le capacità acquisite mediante il confronto con altri adepti.

Un ultima considerazione sul tema del relativismo tecnico: sono presuntuose – o frutto di ignoranza – le affermazioni per le quali la tale arte marziale sarebbe migliore/più efficace dell'altra. E', infatti, evidente come l'arte marziale “giusta” sia diversa per ognuno, proprio come il vestito del sarto, per me potrebbe essere più funzionale il karate ma per un altro potrebbe essere la lotta libera.

Quello che è di grande importanza è riuscire ad individuare la propria arte marziale e praticarla al meglio delle proprie possibilità sotto la guida, possibilmente, di insegnanti adeguatamente preparati.

Il secondo aspetto utile a determinare l'impegno necessario, è quello dell'esatta individuazione dell'obbiettivo. E', infatti, chiaro che se il fine è quello di aumentare di un minimo le possibilità reazione in una situazione di potenziale pericolo fisico, può essere sufficiente 20 ore di lezione, le quali saranno volte prevalentemente a stimolare un livello di attenzione e un'attitudine comportamentale improntati alla sicurezza di se stessi in situazione di pericolo (distanza di sicurezza, capacità di evitare il conflitto, di valutare la pericolosità del potenziale aggressore, ecc).

Altra è la risposta se l'obbiettivo è quello di sviluppare una capacità marziale da testare continuamente mediante il confronto – combattimento libero – con altri adepti. Tale obbiettivo porterà, inevitabilmente, ad una strada lunghissima e bellissima, per alcuni infinita; finirà, infatti, solo quando il guerriero, essendo riuscito, infine, a vincere se stesso, non avrà più necessità di confrontarsi.

Al fine di tentare di dare una risposta al terzo quesito iniziale – come valutare un corso – di seguito si elenca, brevemente, quattro valenze fondamentali che qualsiasi studio finalizzato all'apprendimento marziale dovrà sviluppare ed evolvere.

1. Preparazione atletica e condizionamento fisico: è evidente che la capacità di reagire in maniera adeguata alle più disparate e spesso imprevedibili forme di aggressione non può prescindere da una adeguata preparazione del nostro corpo. Dobbiamo, infatti, tenere presente che ogni nostra azione si avvale del nostro io fisico, ed è chiaro che se esso è pronto ed allenato i risultati saranno ottimali. Inoltre, la consapevolezza di un adeguato stato corporeo andrà ad incidere sulla nostra emotività dandoci sicurezza.

Parallelamente alla preparazione puramente atletica il praticante dovrà abituare la propria mente alle sensazioni che potranno essere inviate dal fisico quando questo si troverà in situazioni di particolare difficoltà. Dovrà così, per quanto possibile essere allenata la capacità di convivere, in certi momenti, con il dolore e la fatica.

2. Sviluppo delle capacità coordinative: di fondamentale importanza, affinché la nostra reazione possa risultare efficace, è il possesso di un adeguato controllo corporeo. Ogni potenziale aggressione è, infatti, un evento a se stante unico ed irripetibile. La situazione, così come ricostruita nella fase allenante, non sarà mai esattamente la stessa di quella reale. Per questo è necessaria un elevata capacità coordinativa che ci consenta di adattare le nostre conoscenze tecniche alla situazione di specie, adattamento che dovrà compiersi in frazioni di secondo.

3. Sviluppo del proprio controllo emotivo: la capacità di mantenere il controllo sulla propria emotività è presupposto essenziale affinché sia possibile sfruttare le potenzialità di difesa acquisite con l’allenamento degli altri fattori. E’ evidente che se il panico, una pulsione aggressiva, l’insicurezza o anche un eccesso di sicurezza dovessero avere il sopravvento, la possibilità di compiere azioni errate e inadeguate saranno elevatissime. Mediante la pratica regolare delle arti marziali è possibile migliorare quotidianamente le nostre capacità di autocontrollo, così come la propria autostima.

4. Studio della tecnica marziale: la capacità di reagire ad una situazione di difficoltà non potrà prescindere dall’apprendimento di un bagaglio di tecnica marziale, che quanto più sarà ampio tanto più permetterà al praticante preparato di poter scegliere tra un ventaglio di possibili reazioni quella più efficace nel momento specifico.

Concludo sottolineando come il punto quattro sia realisticamente funzionale solo se sono state evolute le altre capacità, ricordando che la tecnica è un mero strumento, peraltro, stereotipato alla situazione ideale (sempre diversa da quella reale), e che per un efficace utilizzo della stessa dobbiamo aver la capacità di riadattarla al contesto in essere, tale capacità è strettamente legata allo sviluppo delle prime tre capacità su elencate.

M° Enrico Vivoli

 

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